Internazionale

Per gli Stereophonics il rock è una cosa semplice – Giovanni Ansaldo


Era l’agosto del 1997. Il New labour di Tony Blair stava per insediarsi al governo del Regno Unito dopo una storica vittoria elettorale. Il Britpop era ormai agli sgoccioli: gli Oasis avevano già esaurito il loro momento d’oro e i Blur cominciavano a dedicarsi alla sperimentazione, abbandonando l’ossessione per le classifiche. Proprio in quei giorni uscì Word gets around, il disco d’esordio di una giovane band di Cwmaman, un piccolo paese gallese. Si chiamavano Stereophonics ed erano guidati da Kelly Jones, un chitarrista e cantante con la voce roca che ricordava un po’ Rod Stewart.

A ventidue anni di distanza, quelle semplici canzoni sulla provincia gallese come Local boy in a photograph e Same size feet conservano il loro fascino. E la band è ancora in piena attività. Il 25 ottobre è uscito il suo undicesimo disco, intitolato Kind, un album che in un certo senso recupera la semplicità dei loro esordi, con brani fatti di pochi accordi e melodie dirette. Quello che cambia, rispetto a Word gets around, è l’universo sonoro di riferimento. Kind infatti suona molto americano, con incursioni nel country e perfino nel gospel, come nel caso del pezzo Make friends with the morning. Non a caso l’album è stato prodotto da George Drakoulias, già al lavoro con i Black Crowes e Tom Petty.

Anche dal vivo la band non ha intenzione di fermarsi. Il 18 gennaio da Liverpool partirà il suo nuovo tour, che toccherà anche l’Italia: l’8 febbraio infatti gli Stereophonics si esibiranno al Lorenzini District di Milano.

Kind è nato in modo molto naturale. Ad agosto del 2018, subito dopo la fine di un lungo tour, siamo entrati in uno studio e in una settimana abbiamo registrato tre brani. Tra quei pezzi c’era Fly like an eagle, il primo singolo estratto, una canzone bellissima che Kelly ha dedicato a sua figlia. C’era anche un pezzo, Chaos from the topdown, che non abbiamo messo nel disco”, racconta Richard Jones, il bassista della band, che ha fondato il gruppo insieme a Kelly Jones e al batterista Stuart Cable, morto nel 2010. “Poi ci siamo presi un po’ di pausa e siamo tornati in studio a Marlborough, nel Wiltshire, dopo Natale. Abbiamo fatto un’ottima session con George Drakoulias solo con basso chitarra e batteria, con poche sovrincisioni. Tutto si è svolto in un’atmosfera molto rilassata”.

In un certo senso, Kind ricorda Just enough education to perform, il disco del 2001 che conteneva il singolo Mr. writer, un altro lavoro dalle tinte statunitensi. “Ci sono affinità tra il modo in cui abbiamo registrato Just enough education to perform e Kind. Hanno entrambi un suono pastoso e pochi orpelli, le parole vengono fuori in modo chiaro. Ma noi vogliamo che ogni disco suoni in modo diverso dai precedenti. Tra le influenze di Kind c’è stato sicuramente Tom Petty: nel 2017 abbiamo visto il suo concerto a Hyde Park ed è stato incredibile. Anche Bruce Springsteen è stato un punto di riferimento stavolta”, commenta Jones.

Gli Stereophonics, tra l’altro, si sono sempre vantati di essere fuori moda e di non piacere al pubblico dei cosiddetti hipster. Preferiscono quella che definiscono “l’onestà” dei loro brani. E tra i fan più insospettabili della loro musica c’è anche Bob Dylan. Nella primavera del 2017, in una delle rare interviste concesse, il cantautore aveva elencato la band gallese tra i suoi ascolti del momento, mettendola al fianco di Iggy Pop e Imelda May. “È stato un onore e una cosa un po’ surreale, non ce lo aspettavamo. Ma Bob Dylan in fondo è una persona come le altre. Ha dei gusti come tutti noi. Certo, ha ottimi gusti”, commenta Jones sorridendo.

Quello di Milano sarà l’unico show in Italia nel 2020? Jones pensa di no: “probabilmente torneremo in Italia in estate per suonare a qualche festival. Abbiamo voglia di far sentire al pubblico questi nuovi pezzi. Suoniamo insieme dal 1992, ma ci sentiamo ancora in forma. E penso che abbiamo ancora tante cose da dire”.



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